MASSIMILIANO CENCELLI : LA POLITICA, IL MANUALE E LA DEMOCRAZIA CRISTIANA

di Alessandro Claudio Giordano

La politica della prima Repubblica si svolgeva tra piazza de Gesù, piazza delle Cinque Lune e via delle Botteghe Oscure. Qualche capatina a via del Corso serviva ad organizzare i governi di pentapartito. Mentre gli accordi di partito e di coalizione venivano discussi, a Montecitorio, passeggiando in un corridoio poco lontano dall’aula che gli abituali frequentatori della Camera dei Deputati chiamavano “dei passi perduti”. La politica si svolgeva anche ai tavolini dei caffè di via Giolitti o a quelli di piazza di Pietra.

Oggi la politica è cambiata, così come il sistema partito. Esistono cartelli elettorali che accolgono formazioni politiche spesso poco strutturate e legate più o meno al momento elettorale. Della vecchia politica poco ci si ricorda, molti dei tanti protagonisti da anni non ne fanno più parte, altri dimenticandosi origini e trascorsi hanno ritrattato. Chi ha vissuto dando un forte impulso organizzativo al partito d’appartenenza ricorda e definisce con linearità tempi e modi dell’azione politica dell’epoca. E’ il caso di Massimiliano Cencelli, per anni nei quadri di partito della Democrazia Cristiana, segretario particolare di ministri e memoria storica della prima Repubblica. L’ho incontrato con piacere e con lui abbiamo chiacchierato di politica e di DC…

 D. -Passano le legislature, cambiano le maggioranze ma a distanza di tanti anni si continua a parlare di un paese che naviga a vista senza uomini che potrebbero rivestire il peso politico di uno statista. Davvero la politica italiana si è impoverita?

R. - Direi proprio di sì. La politica si è impoverita, i leader abbondano ma di statisti non se ne vedono. E’ venuta meno la concezione della politica come strumento per la crescita civile e sociale, delle persone, e della comunità e del partito come strumento per il conseguimento di questo obiettivo. Alla politica di oggi mancano due riferimenti essenziali: il radicamento territoriale e la cultura. Il rapporto col territorio era essenziale per la classe di governo della prima Repubblica, perché comportava la consapevolezza delle esigenze concrete elettori, cui la politica nazionale era chiamata dalle risposte. Oggi, prevalentemente, i parlamentari sono “nominati” dalla segreteria di partito e quindi quello scambio virtuoso con gli elettori è venuto meno.

R. - Il “Manuale Cencelli” nasce ufficialmente nel 1967, quando Adolfo Sarti con Francesco Cossiga ed Taviani da vita alla corrente dei “pontieri”, nata per unire la maggioranza e la sinistra che al congresso DC di Milano prese il 12%. Tu in un intervento sottolinei “Quando si dovette decidere il nuovo governo, perché dopo ogni congresso scudocrociato si faceva un esecutivo bilanciato su vincitori e vinti, mi fu affidato il compito ministri e sottosegretari, secondo i nuovi rapporti di forza. Ed io mi inventai questo metodo. Abbiamo il 12%? Avremo il 12% dei posti…”

D. - I critici malevoli hanno presentato il “manuale Cencelli” come la metafora del governo inteso come spartizione di posti. Io invece dico che fu la metafora del buon governo DC e non n’è un paradosso. Parlo proprio del buon governo nel senso elevato del termine. Se consideriamo come avviene oggi la spartizione delle cariche di nomina politica, dovremmo solo rimpiangere gli anni passati nei quali almeno vigevano criteri più rispettosi della professionalità delle persone chiamate a rivestire ruoli importanti nell'economia e nelle aziende pubbliche. Il boom economico degli anni cinquanta e sessanta con ritmi di crescita oggi impensabili sta li a dimostrarlo.

D. - Al di là del manuale tu hai avuto modo di conoscere a fondo l’Italia della prima Repubblica. In questo contesto personaggi come Sarti, Cossiga, Scalfaro, Taviani e poi Mazzola sembrano giganti rispetto ai politici di oggi…

R. -E’ vero. Quel che manca oggi è un'autorità politica riconosciuta come tale, capace di distribuire le carte fra i giocatori seduti attorno al tavolo: un compito delicato ma essenziale, per svolgere il quale non basta avere il consenso degli elettori. Direi meglio: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indubbiamente le qualità e il prestigio istituzionale necessario, ma il suo ruolo di massimo garante delle istituzioni e di rappresentante dell'unita nazionale gli impedisce di svolgere compiti politici anche se di altissimo livello. Anche per questo motivo credo che sarebbe deleterio una riforma in senso presidenziale dello Stato italiano che trascinerebbe il Quirinale nell'agone politico sminuendone il ruolo

D. -Quanto è cambiata la politica della seconda Repubblica? Andreotti del tuo manuale aveva detto “Uno dei libri da dimenticare, purchè lo dimentichino tutti, quanto è attuale il manuale oggi a più di cinquant’anni di distanza?

R. -Un giudizio, quello di Andreotti, che rispecchia l'umorismo dissacrante dell'autore. Io preferisco dire che se guardiamo alla storia di quegli anni il manuale Cencelli era nato proprio per evitare che il potere all'interno di una coalizione o più in generale della politica venisse distribuito arbitrariamente al di fuori di ogni criterio di oggettività. Oggi invece non mi sembra che le modalità di spartizione del potere siano più trasparenti e garantiste.

D. -Il “Manuale Cencelli” continua ad essere invocato ogni volta che in Italia la politica deve procedere alle grandi nomine per i ministeri, gli enti e le cariche pubbliche di ogni tipo. Il “Manuale Cencelli” non era solo una guida alla spartizione dei posti di potere fra i partiti. Oggi pero chi lo utilizza più o meno impropriamente ne disconosce quasi l’esistenza perché?

R. -Certamente, col passare degli anni, con la crisi dei partiti di massima e la scomparsa di alcuni di essi il panorama politico italiano è radicalmente mutato; ma se il sistema elettorale proporzionale, al quale il “manuale Cencelli” è storicamente legato è durato per quarant'anni e se il sistema maggioritario oggi in vigore mostra la corda e ha continuamente bisogno di correzioni una ragione ci deve pur essere. Il fatto è che il sistema maggioritario all’italiana non è ancora riuscito a risolvere il rebus della governabilità mentre quello dell'equa distribuzione del potere resta ancora apertissima. Prendiamo il caso del presidente del presidenze di Camera e Senato: nell'attuale sistema bipolare vendono spartite all'interno della stessa maggioranza, ma al tal modo i due presidenti non sono più i garanti delle assemblee e del sistema nel suo complesso ma i tutori di un programma politico della maggioranza di governo. Lo si è visto anche nelle recenti polemiche che hanno investito in particolare il presidente del Senato.

 D. -Ragionando in prospettiva, il governo Meloni riuscirà ad affrontare tutta la legislatura?

R. -Non ho doti profetiche e quindi non posso rispondere con precisione alla domanda. Quel che vedo è una maggioranza che per quanto composita riesce ad affrontare unita anche le difficoltà che si presentano in Parlamento, vedi la bocciatura del Documento di Economia e Finanza poi ripresentato con modifiche superficiali. Credo che un'effettiva verifica politica della tenuta della maggioranza si avrà fra un anno, con le elezioni europee quando il sistema proporzionale, obbligatorio per il tipo di votazione, darà la misura del reale rapporto di forze tra i partiti alleati.

 D. -Le distanze percentuali del PD dall’attuale partito di maggioranza relativa è in qualche modo colmabile?

R. -Al momento non credo, anche se un piccolo movimento è avvertibile. La segreteria Schlein sta suscitando un certo interesse che si traduce in percentuali in salita nelle intenzioni di voto; mentre il partito di Giorgia Meloni avverte un fisiologico calo di consensi dovuto al logoramento derivante da una gestione non smagliante del potere. vediamo cosa succederà alle Europee.

 

D. - Tramontata l’ipotesi di un accordo Calenda e Renzi, esiste la concreta possibilità della nascita di un polo laico?

R. -Attorno ai due leader di Azione ed Italia Viva non credo. Sono due personalità troppo marcate, direi incompatibili in eterna competizione fra loro. E d'altra parte la storia dei fallimenti di Lamberto Dini prima e di Mario Monti poi dimostra l'obiettivo è di l'obiettiva difficoltà di costruire un polo credibile e consistente di numeri, tale effettivamente da scardinare il bipolarismo. Ha fatto bene Mario Draghi a resistere alla tentazione.

D. -Quanto manca la Balena Bianca al sistema politico Italia?

R. - Rispondo sinceramente che della Democrazia Cristiana si sente eccome la mancanza; e non parlo della distribuzione del potere, ma soprattutto della capacità di svolgere un'opera di regia della collaborazione tra i diversi e del tentativo riuscito di allargare i confini della maggioranza parlamentare, praticando una tecnica di inclusione che fu sia pure con criteri e formule diverse, di De Gasperi Fanfani Moro Andreotti. Nell'evoluzione del sistema politico parlamentare la DC rappresentò il punto di equilibrio ed il baricentro indispensabile per garantire la tenuta istituzionale del paese. Un ruolo che oggi nessuno è in grado di svolgere.